Ghost Elephants, intervista con l’esploratore Steve Boyes
Steve Boyes è un Ecologista e Biologo della Conservazione, nonché National Geographic Explorer, che ha dedicato la sua vita alla salvaguardia delle aree selvagge africane e delle specie che le abitano, attraverso metodi innovativi e integrati. Ha lanciato il National Geographic Okavango Wilderness Project nel 2015, un’iniziativa pluriennale volta a esplorare e proteggere l’ignota natura incontaminata degli altipiani angolani, fonte di oltre il 95% dell’acqua che alimenta il Delta dell’Okavango. Fondatore del Cape Parrot Project, del Wild Bird Trust e The Wilderness Project Foundation, Boyes è anche un autore e un oratore TED, i cui film, tra cui “Into the Okavango” e appunto il recente “Ghost Elephants”, rivelano l’importanza di queste terre selvagge poco conosciute e delle persone, della fauna e della biodiversità che ne dipendono.
Il suo lavoro più recente è sotto i riflettori grazie al nuovo documentario di Werner Herzog, “Ghost Elephants”, prodotto da National Geographic Documentary Films, che fa il suo debutto l’8 marzo su Disney+. Il film segue Boyes nella sua ricerca decennale e, a tratti, ossessiva, per individuare una presunta mandria di elefanti giganti e potenzialmente preistorici, ancora non scoperti, negli altopiani remoti dell’Angola, esplorando temi come l’ossessione umana, la natura e la scomparsa delle culture.
L’Impronta di Herzog: Oltre la Regia
Il documentario di Werner Herzog, “Ghost Elephants”, si preannuncia come un’esperienza profonda e riflessiva, ben oltre la semplice narrazione di una spedizione. Come ha raccontato Steve Boyes, durante la nostra intervista, il contributo di Herzog va al di là della regia, stimolando una profonda introspezione nei protagonisti e nel pubblico.
“Werner, nella prima intervista, quando ci sediamo all’inizio, mentre cominciamo a costruire l’intensità della storia e iniziamo a conoscerci in quel contesto… la prima cosa che ci chiede è: ‘Come sarebbe il mondo senza elefanti?'” ha rivelato Boyes, sottolineando come Herzog abbia la capacità di spostare la prospettiva, non tanto per guardarsi dall’esterno, ma per aprire a nuove motivazioni e comprensioni. “Ci spinge a riflettere su ciò che stiamo facendo, perché per noi è l’attività normale delle nostre vite… Ma quello che Werner sa fare è farti cambiare prospettiva, anche se solo un po’, in modo da essere aperto a esplorare alcune delle motivazioni e delle ragioni, e alcune delle cose che potresti non comprendere ma che potrebbero guidarti o aiutarti.”
Dal Documentario alla ‘Great Spine of Africa’: Nuovi Orizzonti e Narrazione
L’influenza di questa esperienza si è protratta anche dopo la fine delle riprese. Boyes ha raccontato come la spedizione per “Ghost Elephants” abbia ispirato il suo approccio nel successivo progetto Great Spine of Africa, un’impresa immensa volta a mappare e proteggere le principali fonti d’acqua del continente. “Subito dopo la spedizione di Ghost Elephants… Ero seduto lì e ho iniziato a… non ero un regista, ma stavo facendo le domande, esplorando temi simili,” ha spiegato, evidenziando una nuova consapevolezza nello storytelling. “Ci siamo seduti intorno al fuoco finché… a quel punto la macchina fotografica non poteva più essere usata. Il sole era tramontato. Parlavamo fino alle 11 di notte e le telecamere erano spente. Ma le telecamere ci avevano spinto a iniziare a parlare con un tono e una modalità più esplorativa. Perché sulla grande spina dorsale dell’Africa, ogni continente ha la sua spina dorsale, i divisori tra i fiumi, le fonti.”
Steve Boyes ha ulteriormente approfondito il concetto di connessione umana con la natura, un tema che Herzog ha amplificato nel documentario. “Vai a una sorgente di un fiume in Italia o in qualsiasi parte del mondo, troverai persone connesse alla natura, che vivono fuori dalla rete, connesse alla lingua, alla cultura e alla tradizione. E quando chiedi loro cosa provano per quella sorgente o quella foresta o quel fiume, lo considereranno sacro. E questo è ovunque. La cattura di quelle storie è stata amplificata dal lavorare con Werner.”
Un Nuovo Paradigma per la Conservazione: La Critica ai Modelli Attuali
Riflettendo sul futuro della conservazione, Boyes ha espresso una critica fondamentale ai modelli attuali, proponendo un cambio di paradigma radicale. “C’è un segreto sulla conservazione. Parchi nazionali e riserve di caccia, foreste protette in Europa, in tutto il mondo. Il segreto è che quella foresta è stata protetta in Francia in modo che tutte le altre foreste potessero essere distrutte,” ha affermato con franchezza.
Ha poi aggiunto una prospettiva africana: “Se chiedi a un anziano Luchasi o Waiei che vive accanto a un parco nazionale in Africa, qual è la prima parola che associa? E diranno nomi di animali. Ma prima di dire conservazione, diranno distruzione perché avranno visto la creazione di quell’area protetta e la devastazione di tutto ciò che la circonda.”
Il Futuro della Conservazione: Leadership Tradizionale e Sostenibilità
La sua visione per il futuro è chiara e urgente: “Dobbiamo considerare e riflettere su un mondo in cui la leadership tradizionale e le conoscenze indigene diventano il meccanismo primario di protezione, per quanto possibile. È possibile in Angola, sicuramente con gli elefanti lì. È possibile in molte parti dell’Africa e in molte parti del mondo.”
Boyes ha concluso ribadendo l’importanza del suo lavoro: “Questo è il motivo per cui siamo così urgenti nella Great Spine of Africa. 200 spedizioni in otto anni. Siamo a 76 ora, quindi siamo quasi a metà. Siamo in linea. Proteggere il 4% della superficie terrestre dell’Africa per proteggere le sorgenti dei nostri fiumi. Questa è l’urgenza con cui dobbiamo farlo. Ma non lo faremo come Parco Nazionale. Lo faremo con i leader tradizionali, perché per definizione, le pratiche tradizionali di gestione della terra, i sistemi di conoscenza indigena, per loro stessa natura, sono sostenibili perché esistono da centinaia di anni.”
“Ghost Elephants”: Un Appello al Ripensamento per un Futuro Sostenibile
Il documentario “Ghost Elephants” di Werner Herzog, attraverso la lente della ricerca decennale di Steve Boyes, certamente si rivela come un viaggio alla scoperta di creature leggendarie, ma anche un’esplorazione profonda del nostro rapporto con la natura e, per Boyes, un veicolo per sostenere un appello pressante: ripensare i fondamenti della conservazione. La sua visione, amplificata da questo film, punta a mettere al centro le voci, le tradizioni millenarie e le conoscenze indigene come chiave imprescindibile per costruire un futuro più sostenibile e in armonia con il nostro pianeta.

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