Intervista a Euridice Axen, Beatrice Arnera e Romano Reggiani per Scuola di Seduzione
In occasione dell’uscita del nuovo film di Carlo Verdone, Scuola di Seduzione, abbiamo incontrato parte del cast: Euridice Axen, Beatrice Arnera e Romano Reggiani. Prodotto da Luigi e Aurelio De Laurentiis, il film segna il ritorno di Verdone alla regia cinematografica dopo la fortunata esperienza nella serialità con Vita da Carlo.
Ambientato in un presente in cui l’amore si intreccia sempre più con dinamiche digitali e persino con l’intelligenza artificiale, il film racconta la storia di sei personaggi insicuri e fragili che si affidano a una love coach per provare a rimettere ordine nelle proprie vite sentimentali: c’è chi cerca l’amore, chi vuole salvarlo e chi non smette di fare i conti con il passato.
Il film sarà disponibile dal 1° aprile in esclusiva su Paramount+.
In un’epoca in cui ci affidiamo sempre più a strumenti esterni per orientarci – dall’intelligenza artificiale ai social – viene spontaneo chiedersi se stiamo perdendo la capacità di ascoltarci davvero. È proprio da qui che parte la riflessione del cast, chiamato a confrontarsi con personaggi alla ricerca della propria identità e dei propri desideri. Secondo Romano Reggiani, la risposta è piuttosto netta: “Per me la risposta è sì. Io sono abbastanza analogico, non mi faccio coinvolgere troppo dalle novità, anche perché non saprei come fare. Però stiamo vivendo un’epoca in cui i ragazzi più giovani hanno proprio una difficoltà a comunicare tra di loro”.
Un tema che si intreccia con quello dell’attenzione, sempre più frammentata. Beatrice Arnera lo sintetizza con una battuta efficace: “Stiamo sviluppando una soglia dell’attenzione di 15 secondi, il tempo di una storia Instagram. Non solo facciamo fatica ad ascoltare, ma anche a sviluppare concetti più lunghi”.
Per Euridice Axen, però, il problema è più profondo e non può essere attribuito solo alla tecnologia:“Il problema è la velocità e la quantità di informazioni che riceviamo continuamente. Non abbiamo più lo spazio mentale per processarle. Però non darei la colpa ai social o all’intelligenza artificiale: tutto può essere utile, dipende da come lo usiamo. È anche una questione che parte da noi”.
Relazioni: improvvisazione o si può imparare?
Il discorso si sposta poi sulle relazioni: esiste davvero un modo giusto per viverle o si procede per tentativi? Beatrice racconta il suo personaggio, Adele, che ha trasformato le proprie esperienze sentimentali in una sorta di “collezione di malesseri”: “Lei colleziona incontri e li trasforma nella sua vita. È divertente perché non si è mai fermata a chiedersi se anche lei rientri tra i ‘malesseri’”.
E sulla domanda centrale è molto chiara: “Non ci sono istruzioni per stare al mondo. Non c’è un modo giusto, c’è solo un modo goffo in cui tutti cerchiamo di fare del nostro meglio”. Reggiani è sulla stessa linea: “Non può esistere una scuola per le relazioni. Ognuno ha la propria identità e il proprio modo di esprimersi”.
Eppure, qualcosa si potrebbe insegnare. Beatrice insiste su un punto fondamentale: “Oggi la gente non parla. Si fa fatica anche a dire che ci si piace o a proporre di fare qualcosa insieme. Sarebbe utilissima un’educazione emotiva, sentimentale e relazionale”. Euridice concorda, ma sottolinea anche il valore dell’esperienza: “Sbagliando si impara. Si va per tentativi, ma se c’è un’apertura genuina verso gli altri, non saranno tutti fallimentari”. Il vero nodo, secondo lei, è la paura: “Siamo costantemente spaventati. Ansie e insicurezze spesso sono solo nostre proiezioni, ma nessuno ci insegna davvero a non avere paura. Ed è da lì che bisognerebbe partire”.
Sul set con Carlo Verdone: libertà e umanità
Infine, il racconto si sposta sul set e sull’esperienza di lavorare con Carlo Verdone, descritta all’unanimità come straordinaria.“Un’esperienza incredibile”, dice Beatrice. “Pazzesca”, le fa eco Romano. Il copione, spiegano, era già molto solido, ma il vero valore aggiunto è stato il metodo di lavoro del regista: “La grande fortuna è stata lavorare con lui, che ha la generosità di dare spazio e fiducia agli attori”.
Romano entra più nel dettaglio del processo creativo: “Carlo dà spazio ed è magico. Parte da un’impostazione teatrale, ma poi sul momento può aggiungere o togliere elementi. Abbiamo improvvisato tantissimo, mantenendo però la struttura. C’erano inserti autentici, senza timore, perché lui era il primo a farlo”. Un clima reso ancora più speciale dalla sua umanità, come sottolinea Euridice: “È davvero un uomo buono. Questa bontà si trasmette a tutti. Non c’è giudizio, non c’è malizia. Non ho mai visto uno sguardo cattivo sul set”. Un approccio che, inevitabilmente, si riflette anche nel risultato finale: un racconto che parla di fragilità, relazioni e crescita, con autenticità e senza filtri.

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