Se solo potessi ti prenderei a calci, la maternità come incubo lucido
Se solo potessi ti prenderei a calci, scritto e diretto da Mary Bronstein e distribuito in Italia da I Wonder Pictures dal 5 marzo, è uno di quei film che non si limitano a raccontare una storia: ti sfidano a restare seduto. Presentato al Sundance Film Festival e alla Berlin International Film Festival, il film è un’esperienza emotiva che scava nella maternità fino a raggiungerne le vene più scoperte.
Linda, interpretata dalla nominata all’Oscar Rose Byrne, è una psicologa affermata. Madre. Professionista della salute mentale. Donna sull’orlo del collasso. Quando il soffitto del suo appartamento crolla, è solo l’inizio: si rifugia in un motel con la figlia malata, mentre il marito è lontano, una paziente scompare e il suo stesso terapeuta – interpretato da Conan O’Brien – sembra sul punto di abbandonarla. Attorno a lei, una sfilata di figure che oscillano tra il grottesco e il tragico, tra cui il custode del motel James, interpretato da A$AP Rocky.

L’arte che fa alzare dalla poltrona
Fin dai tempi più antichi, l’arte ha scosso il pubblico al punto tale che a teatro capitava che dalla platea qualcuno si alzasse, urlasse, inveisse contro quello che stava accadendo. Il coinvolgimento emotivo con il pubblico è qualcosa che da sempre l’arte porta con una potenza intrinseca verso chi guarda.
In questa stagione di premi, dopo la devastazione emotiva di Hamnet con quel finale dove tutti abbracciamo una madre che ha perso suo figlio e lo ritrova grazie alla condivisione del dolore trasformata in opera, Se solo potessi ti prenderei a calci mette in luce i tratti meno diffusi sulla difficoltà nell’essere madre.
Rose Byrne incarna Linda, un’affermata terapeuta che vive una vita all’estremo delle sue difficoltà psicologiche e fisiche per una serie di eventi che hanno sconvolto la sua esistenza. Il film di Bronstein, grazie soprattutto a dialoghi intersecati, di detto e non detto, porta lo spettatore dentro la mente di Linda fino all’esasperazione. Se solo potessi è una prova di forza per non inveire e urlare “Basta” alle situazioni e agli imprevisti che capitano alla protagonista.

I buchi, il vuoto, la colpa
Il film si trasforma in metafora, da cui ognuno può trovare il proprio significato. Dal buco nel soffitto, al buco nella pancia della piccola figlia, al buco lasciato dal vuoto dell’assenza del marito. Spazi neri dove a volte una luce minacciosa interrompe il silenzio, ricordando i traumi del passato di Linda in una sorta di allucinazioni che evocano atmosfere alla Twin Peaks, aiutate dall’abuso di droghe e alcol da parte della protagonista.
Bronstein costruisce un mondo visivo che guarda apertamente a Eraserhead di David Lynch: primi piani soffocanti, luce concettuale più che naturale, ombre che sembrano divorare gli spazi. La macchina da presa invade il volto di Rose Byrne fin dall’inizio. Vediamo il suo viso provato da una vita dove il senso di colpa l’ha lacerata.
Nonostante le terapie di gruppo e la retorica sulla responsabilità condivisa, fin dall’inizio Linda fatica a essere elastica: comprende, ma si accusa. Si convince di essere solo lei la responsabile della colpa degli eventi della sua vita.
Un film che chiede empatia, non assoluzioni
La bravura di Conan O’Brien nel ruolo del terapeuta di Linda – a sua volta terapeuta – amplifica la tensione. Il rapporto con i clienti, le sedute, le interruzioni, tutto diventa una gara a chi è più egoista dell’altro. Sembra che nessuno si interessi davvero dei problemi di Linda.
Un altro tema ricorrente, al quale come sottotrama si accosta anche l’ottima interpretazione di A$AP Rocky, è la fuga. Linda trova evasione dalla realtà abusando di alcol e droghe, creando a tratti una linea comica velata che si interpone a momenti di totale colpa contro se stessa per come è la sua vita. “Ci sono persone che non sono fatte per essere madri. Ho avuto un aborto 20 anni fa, ora avrei potuto avere un figlio al college. Forse ho abortito il figlio sbagliato.” Parole che non cercano consolazione. Parole che il cinema raramente osa pronunciare.
Mary Bronstein non costruisce né una santa né un mostro. Costruisce una donna sotto pressione. Una madre che non riesce a sentirsi all’altezza. Una professionista che perde il controllo proprio mentre dovrebbe aiutare gli altri a ritrovarlo. Il risultato è un film audace, ironico e disturbante, che sostituisce la colonna sonora con un sound design ossessivo fatto di bip, silenzi, ronzii e rumori che amplificano l’ansia. Un’esperienza sensoriale prima ancora che narrativa, con tanto di jumpscare quasi involontari.

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