Intervista a Titus Welliver all’Italian Global Series 2026
Premiato con il Maximo Excellence Award all’Italian Global Series 2026, l’attore americano ha incontrato il pubblico del festival di Rimini dopo una carriera costruita tra cinema e televisione. Da Lost a Sons of Anarchy, passando per The Good Wife e il ruolo di Lex Luthor in Titans, Titus Welliver è diventato uno dei volti più riconoscibili della serialità contemporanea. Ma è soprattutto Harry Bosch, il detective protagonista di Bosch e Bosch: Legacy, ad aver lasciato un segno profondo nel suo percorso.
Con Welliver abbiamo parlato proprio di Bosch, del difficile rapporto con gli addii e di quel legame quasi personale con un personaggio che, dopo tanti anni, continua a essere parte della sua vita. “Non credo negli addii”, ci dice quando gli chiediamo cosa abbia significato dire addio a Harry Bosch. Una risposta che racconta già molto del suo rapporto con il detective nato dalla penna di Michael Connelly.

“Quel personaggio farà per sempre parte di me. Mi sento molto protettivo nei suoi confronti e sento un legame molto forte con Harry Bosch”, spiega l’attore. Bosch è tornato, seppur in una presenza più marginale, anche nella serie Ballard, ma per Welliver il suo rapporto con il personaggio va ben oltre il semplice ritorno sullo schermo: “Ci sono giorni in cui mi manca. Perché è diventato davvero, per me… senza sembrare schizofrenico, era una persona vera”.
Una frase che Titus Welliver racconta con il sorriso, consapevole di quanto possa sembrare strano parlare di un personaggio come di una persona reale. Eppure, per lui, quel confine si è fatto negli anni sempre più sottile. “Parlavo sempre del personaggio. Parlavo di Harry. Lo faccio ancora”, racconta. “Ovviamente separo me stesso dal personaggio, ma c’era un legame”.
Un legame nato anche dalla libertà creativa che Welliver ha avuto nel costruire il detective. L’attore sottolinea infatti l’importanza del rapporto con Michael Connelly e della possibilità di portare nella versione televisiva di Bosch elementi non necessariamente presenti nei libri. “Mi è stata data la libertà artistica di portare dentro quel personaggio cose che magari non erano necessariamente presenti nei romanzi. Michael Connelly è stato molto generoso e ha detto: ‘Sì, è questo’. Ma volevo anche preservare l’integrità del personaggio che aveva creato. Era fondamentale”.
Dopo così tanti anni, Bosch è stato anche un’esperienza umana oltre che professionale. “Eravamo molto, molto uniti. Era una macchina perfettamente oliata”, racconta Welliver parlando del cast e della troupe. “Le persone venivano trattate con rispetto. Eravamo diventati molto uniti e potevamo risolvere i problemi insieme. Era semplicemente una combinazione perfetta di come vorrei che fosse ogni esperienza”.
Un modello che l’attore ha cercato di ritrovare anche nei progetti successivi, ma con una consapevolezza diversa. «È diverso quando sei il protagonista e anche produttore esecutivo di una serie, quando hai un posto al tavolo e puoi proteggere le persone e le cose», spiega. “A volte, quando diventi una pistola a noleggio, ti dicono: ‘Sì, fai semplicemente questo’. E io penso: ‘Non mi interessa’”.
Il tono si fa più diretto, molto Titus Welliver, quando parla delle scelte professionali arrivate in una fase precisa della sua carriera. “Sono molto selettivo. Credo di essere a una certa età e a un certo punto della mia carriera in cui non ho tempo per le stronzate. Sono allergico alle stronzate”, dice ridendo. “Quando ti stai facendo strada nella carriera devi affrontare molto questa cosa. Fa parte del percorso di apprendimento. Poi, a un certo punto, ti rendi conto di avere una soglia, una certa tolleranza. E decidi di proteggere te stesso e la tua integrità”.
Nel suo percorso, però, c’è un altro personaggio che ha lasciato un’impronta speciale: Lex Luthor in Titans. Un’interpretazione che ancora oggi continua a essere ricordata dai fan e che, come racconta Welliver, è nata da un approccio profondamente nerd. “Sono un appassionato di fantascienza e fumetti. Sono un nerd. Un enorme nerd”, ammette.
Quando gli è stato proposto il ruolo, Welliver si trovava nella sua sala cinema di casa, impegnato in una videochiamata con lo sceneggiatore e produttore della serie. “Mi ha detto: ‘Non so se conosci il personaggio’. Così ho iniziato ad andare verso la mia libreria. E lì c’erano gli DC omnibus, Lex Luthor, Superman, Batman, Marvel, Spider-Man, Captain America, The Avengers, Star Wars…».
Per il suo Lex, l’attore ha scelto di non seguire in modo pedissequo l’iconografia più classica del personaggio. La barba, in particolare, è diventata una parte fondamentale della sua versione. “Lex era sempre rasato e io in quel periodo avevo la barba. Ho detto: ovviamente la testa rasata fa parte dell’intero canone del personaggio. Però non mi raserò la testa perché è un episodio. Se fosse stata una serie regolare, allora avrei detto: sì, certo”.

La scelta della barba, però, aveva per Welliver un significato preciso. “Quando guardiamo le cose, c’è una sorta di reazione. È quasi biblica. Guardiamo alcuni dei grandi filosofi e personaggi della storia e, in qualche modo, la barba indica gravitas e intelligenza. Mi piaceva l’idea che giocasse su questo”.
Anche l’abbigliamento di Lex è stato pensato come una precisa scelta narrativa. Tutto nero, sobrio, quasi privo di elementi che permettessero al pubblico di decifrare il personaggio. “Non volevo simboleggiare l’oscurità. Volevo che fosse una tela bianca. Non guardi i suoi vestiti e non puoi leggerlo. Mi piaceva l’idea che fosse una figura leggermente in ombra”.
Un’immagine che Welliver ha cercato di rafforzare anche attraverso la fotografia, ispirandosi a uno dei grandi classici del cinema. “Ho parlato con il direttore della fotografia e gli ho detto: ‘Sarebbe interessante rendere omaggio ad Apocalypse Now’. Quando Coppola lo stava realizzando, si trattava anche di cercare di nascondere il peso di Marlon Brando”.
Tra Harry Bosch e Lex Luthor, Titus Welliver sembra aver trovato due modi diversi di raccontare la stessa cosa: personaggi che non si lasciano leggere immediatamente, figure in ombra che chiedono allo spettatore di osservare più a lungo. E forse è proprio questo il filo rosso di una carriera così lunga: la capacità di trasformare ogni ruolo in qualcosa di profondamente personale, senza mai dimenticare l’integrità del personaggio che si ha davanti.

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