La Sposa! di Maggie Gyllenhaal, un caos gotico e grottesco che urla libertà
Maggie Gyllenhaal osa come pochi registi oggi: con La Sposa!, il suo secondo film dopo il potente The Lost Daughter, si lancia in un territorio audace, grottesco e gotico, dove il rischio di cadere nell’assurdo è costantemente presente, eppure perfettamente calcolato. Non è un film che cerca il compromesso; è un’esperienza cinematografica totale, un musical senza musical, un esperimento visivo che quello che il sequel di Joker non è riuscito a fare: rendere epico e vibrante un universo iconico reinterpretato.

Al centro della storia c’è La Sposa (Jessie Buckley), nata dalla morte di Ida, giovane donna assassinata e riportata in vita dal solitario Frank (Christian Bale) con l’aiuto della pionieristica Dr. Euphronious (Annette Bening). La Sposa non è una creatura passiva: è sovrumana, potente, ribelle, e soprattutto radicalmente sincera. Ogni sua parola, ogni suo gesto è un atto di ribellione. Il film esplora con intensità la sua presa di coscienza e la costruzione della propria identità in un mondo ostile, dove dire “preferirei di no” diventa rivoluzionario. La ribellione di Penny/La Sposa dà vita a un movimento femminista in puro stile Harley Quinn contro la mafia, la polizia e una società che riduce le donne a invisibili pedine degli anni ’30.
La regia di Gyllenhaal gioca continuamente con il citazionismo e i grandi classici: dalle inquadrature che ricordano Metropolis, ai dialoghi che rimandano ai precedenti adattamenti di Frankenstein, fino al riferimento metacinematografico di Frank, ossessionato dai film di Ronnie Reed (Jake Gyllenhaal), il Fred Astaire di questo universo. La passione di Frank per il cinema e la danza rende la sua figura tragica e innocente al tempo stesso: un mostro segnato dal trauma, ma capace di momenti di pura umanità.
Buckley domina la scena con una performance formidabile: Ida e La Sposa incarnano due facce della stessa donna, dalla sopravvivenza silenziosa alla furia inarrestabile. Il suo monologo continuo, tra rage letteraria e rigurgiti sovrannaturali, può risultare travolgente, ma è proprio quel caos verbale e fisico a dare vita all’opera. Accanto a lei, Bale regala vulnerabilità e grandezza a Frank, trasformando la creatura di Frankenstein in un personaggio quasi poetico.La sottotrama di Penélope Cruz e di Peter Sarsgaard, l’anello investigativo che cerca di dare senso al caos, risulta piuttosto debole rispetto al complesso narrativo, percependosi troppo artificiosa.
Tra Sin City e Beetlejuice, un caos noir
L’estetica del film è straordinaria: il mood noir, gli abiti iconici di Sandy Powell (la Sposa in arancione bruciato), le acconciature crimpate e l’influenza di Sin City e Beetlejuice creano un mondo iperrealistico eppure mitologico. Ogni scena è pensata e coreografata come un dipinto in movimento. I balli, i treni, le sparatorie, le fughe d’amore alla Bonnie & Clyde si fondono con un universo metacinematografico e musicale, che regala momenti di pura gioia visiva.

Se talvolta il film rischia di confondere, con sottotrame frettolose o dialoghi sovraccarichi, questo è esattamente il punto: il caos narrativo riflette il tumulto interiore della Sposa e l’energia di un mondo che non concede quiete né compromessi. È un film da sentire, da vivere, più che da spiegare: un mosaico di furia, amore, ribellione e cinema dentro il cinema.
La Sposa! non è solo un adattamento di Frankenstein; è un manifesto di autonomia, di violenza come mezzo di sopravvivenza e liberazione, di donne che reclamano spazio e voce in un mondo che cerca di silenziarle. Gyllenhaal prende i mostri classici, li umanizza, li rende fumettistici e profondi, e alla fine ci regala una storia che pulsa di cuore, caos e cinema, in una sorta di storia del mondo DC Universe. Dopo tutto siamo pur sempre in casa Warner. Dal 5 marzo al cinema.

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