Per la regia di Timur Bekmambetov, Mercy: Sotto Accusa è scritto da Marco van Belle e debutta al cinema il 22 gennaio 2026. Cosa aspettarsi da questi 100 minuti di lungometraggio di fantascienza, thriller e azione? Partiamo dal principio.
Il film si colloca in un futuro non lontano, quando un detective, Chris Raven (Chris Pratt) è sotto processo. L’accusa è quella di omicidio: tutte le prove portano a lui. La vittima è sua moglie, Nicole (Annabelle Wallis), uccisa con un coltello da cucina. Visto che Chris è tornato a casa quella mattina, proprio nei minuti in cui la donna ha perso la vita e ha tracce di sangue della consorte sui vestiti, quante chance ha di dimostrare la sua innocenza? Oltre a disporre di poche frecce al suo arco, può contare anche su un tempo limitato: ha solo 90 minuti per dimostrare la propria innocenza davanti al Giudice. L’elemento di particolarità è che non si tratta di un Giudice in carne ed ossa, ma un’intelligenza artificiale avanzata, vale a dire la Giudice Maddox (Rebecca Ferguson).
L’ironia della sorte è che è Chris stesso ad aver contribuito a creare in passato quel Tribunale presieduto dall’AI. Adesso è nelle mani dell’intelligenza artificiale stabilire se la sua colpevolezza possa scendere sotto la soglia del 92%. Questa è la percentuale minima per consentirne il rilascio, altrimenti, allo scadere dell’ora e mezza, Chris abbraccerà il suo destino mortale, direttamente per mano della sedia su cui è seduto.
La prima considerazione è che in un momento storico in cui l’intelligenza artificiale sta soppiantando – tralasciando il come e i risultati – l’apporto umano in tanti campi, un approccio di questo genere è interessante. Viene da chiedersi – un po’ ironicamente – se l’applicazione dell’AI nei processi possa snellire le procedure della Giustizia, che adesso restano impantanate per anni. L’efficienza della Mercy Court – questo il nome della Corte cui Chris ha contribuito – è qualcosa di allettante: Chris viene processato il giorno stesso in cui è stato commesso il crimine e, nell’arco dei 90 minuti successivi, viene stabilita la sua colpa o innocenza.
Il rovescio della medaglia c’è. Innanzitutto, in questa realtà ognuno è costretto a registrare il suo telefono cellulare e a collegarlo al Cloud pubblico. In questo modo la Mercy Court può attingerne durante i processi. Senza ombra di dubbio, è la definitiva sconfitta della privacy. In secondo luogo, affidare un meccanismo così complesso come quello della Giustizia alle macchine è inquietante: e se, per qualche bug o interferenza, il sistema smettesse di funzionare? Il tempo scorre e, al termine dei 90 minuti, il dado sarebbe tratto. Tra l’altro, è un’eventualità che tocchiamo con mano nel film.
Tra i “contro”, il più evidente è la mancanza di umanità dell’intelligenza artificiale, ma è su questo punto che si focalizzano la mia attenzione e la mia analisi. Il punto di partenza è sicuramente questo: la Giudice Maddox inizia ripetendo le stesse frasi “a pappagallo” perché così è stata addestrata. Non ammette deroghe perché i suoi ragionamenti si basano sui fatti, escludendo qualsiasi altro genere di coinvolgimento. Il rischio della perdita di contatto umano è reale. Eppure, onore al merito: in questo film, per quanto possibile, viene smorzato questo aspetto.

Alla fine del lungometraggio sembra quasi che la Giudice Maddox si sia affezionata a Chris e alla sua storia. Persino lei comincia a parlare di “intuito” e a comprendere che esiste qualcosa d’altro oltre ai meri fatti. Forse è proprio questo il punto nella nostra quotidianità: gli esseri umani e l’intelligenza artificiale non sono necessariamente agli antipodi. Se l’Umanità si serve delle macchine, è anche vero che deve trovare un equilibrio con essa. Un equilibrio virtuoso, in cui – alla fine – non si perda il cuore in virtù dei numeri. La sola giudice Maddox, ad esempio, non avrebbe mai considerato l’importanza di dimostrare l’innocenza del detective in relazione al bene che lui vuole a sua figlia, Britt Raven (Kylie Rogers). Eppure, proprio quell’amore è la bussola per Chris.
Riusciremo mai a istruire l’intelligenza artificiale ai sentimenti? Il tempo ce lo dirà. Se la risposta dovesse essere no, non ci potrà mai essere una cooperazione fruttuosa per un mondo migliore. Per adesso, al netto delle differenze, esseri umani e macchine hanno in comune una verità inconfutabile: sbagliano entrambi.

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