Di Rebecca Fulgosi
Monster: La Storia di Lizzie Borden, recensione
Disponibile su Netflix a partire dal 17 settembre scorso e composta da otto episodi totali, Monster: La Storia di Lizzie Borden, , è la quarta stagione della serie antologica Monster, ideata e prodotta da Ryan Murphy e scritta da Ian Brennan, dedicata ai più famosi serial killer della storia. Nel cast Ella Beatty, nel ruolo della protagonista Lizzie, Rebecca Hall, Charlie Hunnam, Vicky Krieps, Jessica Barden, Billie Lourd e Sarah Paulson.
Massachusetts, 1892. Lizzie Borden (Ella Beatty) è una giovane donna che vive con suo padre, il ricco e rispettato Andrew Borden (Charlie Hunnam), e con la sua matrigna Abby Borden (Rebecca Hall). La vita di Lizzie all’interno della casa è estremamente soffocante: il controllo paterno, le tensioni economiche, i rapporti familiari deteriorati e i continui conflitti con Abby, oltre che le rigide aspettative sociali, alimentano un clima sempre più oppressivo. Tutto cambia quando il 4 agosto 1892, Andrew e Abby vengono trovati assassinati a colpi di ascia nella loro casa, e tutti i sospetti cadono su Lizzie che, insieme alla domestica Bridget (Vicky Krieps), era l’unica presente sulla scena del crimine.

A distanza di un anno dal rilascio di Monster: La Storia di Ed Gein, una delle serie antologiche più apprezzate degli ultimi anni torna su Netflix, mettendo per la prima volta al centro del suo racconto un crimine attribuito a una donna, quello di Lizzie Borden. A differenza delle stagioni precedenti, che affrontavano crimini e storie più recenti, questa quarta stagione ha per protagonista una figura storica di cui si conosce ancora molto poco; è proprio questa mancanza di certezze che porta la serie a prendere numerose libertà narrative, costruendo attorno a Lizzie, alla sua famiglia e agli avvenimenti principali, un racconto fortemente romanzato. Si è quindi più interessati a suggerire ipotesi o costruire una verità definitiva?
Tra realtà e finzione, la serie riscrive il mistero di Lizzie Borden
Ian Brennan, che ha sceneggiato gli otto episodi della serie, decide di mescolare realtà e finzione, dubbi e supposizioni, provando quindi a creare un ritratto il più definito possibile dell’enigmatica figura di Lizzie Borden, fino ad ora avvolta da un’aura di mistero. La troppa libertà creativa, però, finisce spesso per far perdere alla stagione la propria direzione: invece di approfondire davvero Lizzie, il racconto si perde molto spesso nei suoi personaggi di contorno, nelle dinamiche familiari e nel sensazionalismo che da sempre aleggia intorno al caso, lasciando la protagonista meno centrale di quanto dovrebbe essere.
Uno dei temi principali affrontato da questa quarta stagione è quello della rabbia, in particolar modo la rabbia femminile. La rabbia di Lizzie viene letta non solo come reazione ad un ambiente domestico soffocante e ad una società che reprime possibili forme di autonomia femminili, ma è parte di un discorso più ampio riguardo alla violenza compiuta dalle donne. Non a caso la serie crea numerosi parallelismi con due particolari figure femminili entrate nell’immaginario criminale e storico: Elizabeth Bàthory e Aileen Wuornos.
Elizabeth, nobildonna ungherese chiamata anche Contessa sanguinaria, funge da ispirazione per Lizzie, che la vede come una donna emancipata, capace di compiere qualsiasi gesto, compresi quelli estremi, senza dar conto a nessuno. Nel caso di Aileen è invece il contrario, con Lizzie che funge da ispirazione per la donna; nonostante non esistano prove di questa sua ammirazione, Aileen, interpretata da una strabiliante Sarah Paulson, vede nella figura di Lizzie ciò che Lizzie vedeva in Elizabeth. Una sorta di reazione a catena che sembra suggerire che la rabbia femminile, se ignorata, repressa o spettacolarizzata, finisce per diventare un terreno ambiguo, a metà tra trauma, ribellione e mostruosità.
Nel suo complesso Monster: La Storia di Lizzie Borden è un prodotto riuscito a metà. Nonostante le ottime interpretazioni delle sue protagoniste, una su tutte proprio quella di Ella Beatty, la serie finisce ad essere molto spesso una storia troppo romanzata, allontanando quindi quanto raccontato da ciò che (forse) è realmente accaduto. Il risultato è quello di una stagione ambiziosa, in grado ugualmente di intrattenere lo spettatore, ma non sempre in grado di trovare un equilibrio tra ricostruzione storica, riflessione sulla rabbia femminile e puro sensazionalismo.

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