Daredevil: Rinascita 2, recensione episodio 6 “Requiem”
ATTENZIONE: quello che segue contiene spoiler sull’ episodio 6 di Daredevil: Rinascita 2 Se non avete ancora visto gli episodi e non volete rovinarvi le sorprese, vi consigliamo di non proseguire la lettura.
Se la scorsa settimana avevamo assistito al crollo emotivo di un impero con la tragica scomparsa di Vanessa, con il sesto capitolo della seconda stagione ci addentriamo ufficialmente nell’occhio del ciclone, dove il dolore si trasforma in una furia cieca e inarrestabile. In questo momento i 6 episodi fin’ora usciti sono trasmessi in streaming su Disney+ e questa nuova, viscerale fatica di Marvel Television, dal titolo italiano: “Requiem”, si presenta come una sinfonia funebre che non concede tregua né ai protagonisti né allo spettatore. Non siamo più di fronte a una semplice fase di preparazione; questo è il momento in cui le ferite del passato tornano a sanguinare, le alleanze storiche si riaccendono tra le ombre di New York e il destino di Hell’s Kitchen viene scritto col sangue. Preparatevi, perché l’Uomo Senza Paura sta per affrontare la sua ora più buia, in un episodio che segna un punto di non ritorno definitivo per l’intera saga.
L’abbraccio della morte: la discesa nel baratro di Fisk
L’episodio si apre con una sequenza di una brutalità agghiacciante che mette subito in chiaro il nuovo status quo emotivo di Wilson Fisk (Vincent D’Onofrio). Mentre si trova in ospedale, distrutto dal dolore per la morte di Vanessa, il medico che l’ha avuta in cura si avvicina per porgere le sue condoglianze. In un momento di estrema tensione, il dottore commette l’errore fatale di cercare un contatto umano, offrendo un abbraccio a Fisk. Quello che sembra un gesto di conforto si trasforma in un incubo: Kingpin accetta l’abbraccio solo per stringere con una forza sovrumana, fino a spezzare la colonna vertebrale del medico. È un biglietto da visita terrificante: senza Vanessa a fare da freno morale, la bestia è stata definitivamente liberata e non c’è più spazio per la pietà o la vicinanza umana.

Il ritorno della investigatrice e l’eredità dei Defenders
Il momento più elettrizzante dell’episodio è senza dubbio il ritorno ufficiale di Jessica Jones (Krysten Ritter) nel MCU. La sua introduzione è perfetta: la ritroviamo in un contesto domestico, intenta a proteggere sua figlia Danielle (un chiaro omaggio ai fumetti e al legame con Luke Cage), prima di tornare a indossare l’iconica giacca di pelle. La chimica tra lei e Matt Murdock (Charlie Cox) è intatta, intrisa di quel cinismo e rispetto reciproco che avevamo amato anni fa. La loro missione congiunta per distruggere il deposito d’armi dell’AVTF non è solo un servizio ai fan, ma una sequenza d’azione brutale e coreografata magistralmente, che mette in risalto il contrasto tra lo stile acrobatico di Daredevil e la forza grezza di Jessica.
Il baratro morale di Karen Page
Mentre Matt cerca la via della misericordia, Karen Page (Deborah Ann Woll) scivola sempre più verso un pragmatismo oscuro che ricorda le atmosfere del Punitore. Il suo confronto con un Bullseye (Wilson Bethel) incatenato e provocatorio è di una tensione insopportabile. Karen non vede più in Dex un uomo da salvare, ma un mostro da abbattere per onorare la memoria di Foggy. Questo contrasto ideologico con Matt — che culmina con l’intervento del Diavolo per impedirle di sparare — crea una frattura emotiva devastante tra i due protagonisti. La rabbia di Karen è la rabbia di una città che ha smesso di credere nelle regole di un sistema che la sta soffocando.
La collisione dei titani: Matt vs Fisk
Il cuore pulsante di “Requiem” è lo scontro tanto atteso quanto doloroso tra Daredevil e Kingpin. Matt entra nell’ufficio di Fisk non con l’intento di combattere, ma con una proposta di pace quasi disperata: un esilio reciproco per salvare ciò che resta della città. Tuttavia, il riferimento di Matt a ciò che avrebbero potuto salvare se non si fossero mai incontrati — citando Foggy e Vanessa — fa scattare in Fisk una furia primordiale. Lo scontro fisico che ne segue è tra i migliori della serie: violento, sporco e simbolico, culminando con la distruzione del dipinto “Rabbit in a Snowstorm”, l’ultimo legame fisico con Vanessa. È un combattimento che trascende l’odio, diventando un’amara presa di coscienza: sono due facce della stessa medaglia, impossibilitati a fermarsi.
La trappola si chiude: il cliffhanger di city hall
Parallelamente, la sottotrama di Daniel Blake (Michael Gandolfini) e BB Urich giunge a un punto di rottura. Il tradimento percepito da Daniel e la sua lealtà divisa tra il dovere verso Buck e l’affetto per BB aggiungono un layer di noir tesissimo. Ma è nel finale che la tensione esplode: mentre la città insorge indossando maschere rosse in segno di sfida, l’AVTF di Powell orchestra un massacro programmato, usando la morte dell’agente Saunders come pretesto per scatenare una violenza senza precedenti. La cattura finale di Karen Page, smascherata tra la folla proprio mentre cercava di guidare il dissenso, chiude l’episodio con un senso di angoscia totale, lasciando il destino della resistenza e quello personale di Matt appesi a un filo sottilissimo.
Ciò che eleva questo sesto capitolo a un livello superiore è la straordinaria capacità di fondere la nostalgia dei “Defenders” con una ferocia narrativa del tutto inedita. L’ingresso in scena di Jessica Jones non è un semplice omaggio, ma un’iniezione di adrenalina pura: la sua fisicità asciutta e il suo sarcasmo tagliente si incastrano perfettamente con il nuovo costume di Matt, regalando una sequenza d’azione nel deposito dell’AVTF che è pura poesia del corpo a corpo. Ma è nel confronto finale tra il Diavolo e il Re che la serie tocca l’apice: la distruzione fisica del quadro “Rabbit in a Snowstorm” non è solo un colpo di scena, è la demolizione simbolica dell’ultimo ponte tra Fisk e la sua umanità. La performance di D’Onofrio, che passa dal silenzio catatonico dell’ospedale alla rabbia cieca nell’ufficio, è da manuale, mentre la trasformazione di Karen Page in una figura quasi “punisheriana” aggiunge una tensione morale che sporca ogni ideale di giustizia, rendendo il conflitto tra lei e Matt una ferita aperta che sanguina per tutto l’episodio.
Echi nel vuoto e l’ombra del cliffhanger
In un capitolo così denso di momenti iconici e rivelazioni, cercare delle crepe nella scrittura è un compito quasi impossibile. Se proprio si volesse trovare un piccolo neo, si potrebbe notare come la velocità con cui la città precipita nel caos totale durante la protesta a City Hall sia talmente vertiginosa da lasciare quasi senza fiato, togliendo forse un po’ di spazio all’approfondimento di alcune figure secondarie dell’AVTF come Cole North.
Tuttavia, questa scelta stilistica non è un errore, ma una necessità: serve a trasmettere l’urgenza di una New York che sta letteralmente implodendo sotto il peso della tirannia di Fisk. Non c’è davvero nulla da recriminare a un episodio che gestisce con tale maestria il ritorno di Jessica Jones e il crollo psicologico di Kingpin; l’unico vero tormento è il senso di impotenza che il finale trasmette, lasciandoci con il cuore in gola per la cattura di Karen. Più che un difetto, è una promessa di un finale di stagione che non farà prigionieri.
“Daredevil: Rinascita” firma con “Requiem” il suo episodio più coraggioso e viscerale. È una sinfonia di violenza e dolore che riesce nel miracolo di far convivere il passato di Netflix con il futuro del MCU senza sbavature. La “rinascita” non è più solo un titolo, ma un processo di distruzione totale: Fisk ha perso la sua bussola morale, Matt ha ritrovato un’alleata storica ma ha smarrito il controllo sulla sua cerchia più stretta, e Karen è ora nelle mani del nemico. Siamo di fronte alla saga supereroistica nella sua forma più pura, oscura e necessaria.
Il Diavolo di Hell’s Kitchen non è mai stato così vicino all’inferno, e noi non vediamo l’ora di bruciare insieme a lui negli episodi finali.

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