Daredevil: Rinascita 2, recensione episodio 7: “La ripugnante oscurità”
ATTENZIONE: quello che segue contiene spoiler sull’ episodio 7 di Daredevil: Rinascita 2 Se non avete ancora visto gli episodi e non volete rovinarvi le sorprese, vi consigliamo di non proseguire la lettura.
In questo momento i sette episodi fin’ora usciti sono trasmessi in streaming su Disney+. Questa penultima fatica di Marvel Television, dal titolo “La ripugnante oscurità”, funge da tesissimo preludio al gran finale, posizionando ogni pedina su una scacchiera ormai bagnata di sangue. Se il sesto episodio era stato l’urlo della città, il settimo è il silenzio assordante che precede la tempesta definitiva. Non è solo un capitolo di passaggio; è una discesa introspettiva nel senso di colpa cattolico di Matt Murdock e nelle conseguenze devastanti che il suo “crociata” ha su chiunque osi stargli vicino. New York è una polveriera, e la miccia è stata accesa proprio nell’aula di un tribunale.
L’ordine del caos: Fisk e la cattura di Karen
L’episodio si apre con una calma sinistra. Wilson Fisk (Vincent D’Onofrio) si prepara, indossando il suo abito come un’armatura, ma il dettaglio di un orecchino mancante di Vanessa ci ricorda che il suo cuore è mutilato. La sua visita a Karen Page (Deborah Ann Woll) in cella è un momento di puro terrore psicologico: Fisk non cerca solo vendetta, cerca di “restaurare l’ordine” attraverso la sottomissione. Il modo in cui Karen non indietreggia, nemmeno quando le mani del Kingpin stringono la sua gola, sottolinea l’evoluzione monumentale di questo personaggio, diventato ormai il vero pilastro morale della resistenza.
In un distretto di polizia ormai quasi totalmente asservito ai voleri del Sindaco Fisk e della sua spietata AVTF, il ritorno di Brett Mahoney (Royce Johnson) rappresenta una boccata d’ossigeno e un fondamentale punto di ancoraggio con il passato della serie. Mahoney non è solo un omaggio ai fan della serie originale, ma si rivela il pezzo mancante nel puzzle della resistenza di Matt. Grazie all’intermediazione di Cherry (Clark Johnson ), scopriamo che Brett è l’ “uomo all’interno”: l’unico ufficiale onesto rimasto con abbastanza autorità da poter proteggere Karen Page. La sua gestione del trasferimento di Karen nel proprio distretto è una mossa tattica carica di tensione, che permette a Matt e Karen quel breve, disperato confronto fuori dalle celle. Johnson interpreta un Mahoney stanco, segnato dal clima di terrore che respira ogni giorno al dipartimento, ma ancora incrollabile nei suoi principi. La sua presenza trasforma il senso di isolamento dei protagonisti in una speranza concreta, ricordandoci che esistono ancora uomini disposti a rischiare tutto per il bene comune.
La maschera di fango di Heather Glenn e il confronto con Karen
Un altro pilastro dell’episodio è il crollo psicologico di Heather Glenn (Margarita Levieva). Ormai completamente asservita a Fisk e tormentata dalle visioni di Muse, Heather interroga Karen in cella in una sequenza di pura tensione psicologica. Karen, che ormai ha abbracciato una forza d’animo quasi incrollabile, riesce a smantellare le difese di Heather con poche, taglienti parole sul suo rapporto con Matt. La reazione violenta di Heather — che schiaffeggia ripetutamente Karen — rivela una donna che ha perso la bussola, diventando lo specchio oscuro di ciò che accade quando ci si lascia sedurre dal potere di Kingpin. La trasformazione di Heather in una potenziale “Muse 2.0” è un’ombra inquietante che incombe sul finale.
Alleanze nell’ombra: il ritorno di Jessica e il debito di Bullseye
L’episodio brilla anche per la gestione dei comprimari di lusso. Jessica Jones (Krysten Ritter) non è solo un cameo, ma il motore che permette a Matt di anticipare le mosse di Fisk. Grazie alle informazioni estorte a Mr. Charles (un Matthew Lillard sempre più ambiguo), scopriamo il piano di Fisk per assassinare la Governatrice McCaffrey. Qui avviene l’impensabile: Matt libera Bullseye (Wilson Bethel) chiedendogli un “atto di redenzione”. Vedere Dex agire come una sorta di angelo sterminatore per salvare la Governatrice è un colpo di genio narrativo, impreziosito dall’interpretazione magistrale di Wilson Bethel. L’attore si conferma senza ombra di dubbio come il personaggio più riuscito di questa seconda stagione: Bethel riesce a infondere in Dex una vulnerabilità disturbante e una ferocia controllata che tiene lo spettatore costantemente sul filo del rasoio. La sua capacità di comunicare l’instabilità mentale di un uomo che cerca un senso nel caos è magnetica. Il “Ora se vuoi sparisci, muori, non mi interessa”, rivolto da Matt a Dex, sancisce la fine di un’era e l’inizio di una tregua armata dettata dalla necessità, lasciandoci addosso il peso di un’alleanza tanto efficace quanto terrorizzante.
Matt Murdock: avvocato, vigilante, bersaglio
Il momento che tutti i fan attendevano dai tempi della prima stagione Netflix è finalmente arrivato: il ritorno di Matt Murdock (Charlie Cox) in aula. Ma non è un ritorno trionfale. È una mossa disperata. Matt esce dall’ombra non come il Diavolo, ma come l’uomo, per difendere Karen Page (Deborah Ann Woll) in un processo farsa orchestrato da Fisk. La scena in cui Kirsten McDuffie presenta il suo co-difensore è da brividi, ma la realtà colpisce duro subito dopo: l’AVTF non rispetta la legge. L’imboscata nel parcheggio, che culmina con Matt ferito da un colpo di pistola alla gamba, ci ricorda la fragilità dell’eroe. Vedere Matt zoppicare, sanguinante, mentre cerca di mantenere la sua dignità legale, eleva il dramma a vette altissime, mostrandoci un uomo che sta letteralmente sacrificando il proprio corpo per un sistema che Fisk ha già corrotto.
Il sacrificio di Daniel Blake e la Crudeltà di Buck
Mentre il Diavolo lotta in tribunale, assistiamo alla conclusione tragica di uno degli archi narrativi più riusciti di questa stagione: la redenzione di Daniel Blake (Michael Gandolfini). Il suo rapporto con BB Urich (Genneya Walton) giunge al capolinea morale. Daniel, strappato tra la lealtà verso l’impero di Fisk e la propria coscienza, compie la scelta finale: salva BB, permettendole di fuggire, e affronta il suo destino. Il confronto con Buck (Arty Froushan) è straziante. Buck, che era diventato quasi una figura fraterna per Daniel, mostra il suo vero volto: quello di un sicario senza anima. L’esecuzione finale di Daniel con un colpo alla testa è un pugno nello stomaco, un promemoria brutale che sotto il regno di Kingpin non c’è spazio per i “bravi ragazzi” che cambiano idea.
La preghiera nel rosso
L’episodio si chiude con una sequenza di montaggio magistrale: Matt, ferito e stremato, si rifugia nella chiesa di Clinton per pregare San Giuda, il patrono delle cause perse. Il rosso delle vetrate e delle luci avvolge Matt mentre Daniel viene giustiziato, creando un parallelo tra il martirio del giovane Blake e la passione di Murdock. Il ritorno finale di Jessica Jones al fianco di un Matt distrutto è il segnale che la guerra totale è iniziata.
Sinfonia di dolore: ciò che ha lasciato il segno
Ciò che rende questo settimo episodio un pilastro della stagione è la straordinaria capacità di far convergere ogni sottotrama verso un punto di rottura inevitabile. La performance di Charlie Cox nel mostrare il peso fisico e morale delle sue scelte è commovente, ma è la presenza scenica di Wilson Bethel a dominare ogni inquadratura in cui appare; il suo Bullseye è una scheggia impazzita che ha trovato una direzione, un’interpretazione viscerale che oscura quasi chiunque altro per intensità e carisma. Il ritorno di Brett Mahoney aggiunge quel tocco di continuità noir che i fan storici bramavano, mentre il ritmo, pur essendo più riflessivo, carica ogni dialogo di un’importanza vitale. L’aula di tribunale si trasforma in un campo di battaglia psicologico dove la tensione è palpabile. La morte di Daniel Blake, pur dolorosa, è scritta con una coerenza drammatica impeccabile, dando dignità a un personaggio che ha scelto la luce nell’ora più buia, sigillando un episodio che non cerca di compiacere, ma di colpire dritto allo stomaco.
Conclusioni
In un episodio così vicino alla perfezione strutturale, c’è veramente poco da criticare. Se proprio volessimo cercare il pelo nell’uovo, si potrebbe notare come la gestione di Mr. Charles rimanga leggermente sottotono rispetto al potenziale dell’attore, relegandolo a un ruolo di informatore un po’ statico. Inoltre, la rapidità con cui Jessica Jones “va e viene” potrebbe sembrare quasi un espediente per tenerla pronta per il gran finale. Tuttavia, questi sono dettagli minimi che non scalfiscono minimamente la potenza emotiva del capitolo. La tensione è talmente alta che la mancanza di un grande scontro fisico tra Daredevil e Fisk non si sente, perché la battaglia è diventata ideologica e personale.
“Daredevil: Rinascita” con “La ripugnante oscurità” prepara il terreno per un finale che si preannuncia leggendario. È un episodio che celebra l’essenza di Matt Murdock: la sua capacità di soffrire e di rialzarsi, di usare la legge come scudo e la fede come bussola. Con la morte di Daniel, la caduta di Heather e il ritorno di Jessica, le fazioni sono schierate. Fisk ha perso la sua umanità, Matt ha perso il suo sangue, e New York sta per perdere la pazienza.

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