Disclosure Day, Steven Spielberg torna a guardare le stelle per parlare di noi
Se c’è una persona che sa raccontare gli alieni al cinema, quella è senza dubbio Steven Spielberg. Da Incontri ravvicinati del terzo tipo a E.T., passando per La guerra dei mondi, il regista americano ha costruito buona parte della sua carriera attorno a una domanda semplice e potentissima: cosa succederebbe se non fossimo soli nell’universo? Con Disclosure Day (dal 10 giugno al cinema con Universal Pictures), Spielberg torna ancora una volta a guardare il cielo. Lo fa con quello che lui stesso ha definito una sorta di ideale chiusura tematica del percorso iniziato quasi cinquant’anni fa con Incontri ravvicinati del terzo tipo.
Non è un sequel, né vuole esserlo, ma ne raccoglie l’eredità spirituale per trasformarla in un thriller fantascientifico che parla di segreti di Stato, disinformazione, fede, paura del diverso e bisogno di verità. Era da qualche anno che non mi capitava di andare al cinema a vedere un nuovo film di Spielberg. E quando succede, inevitabilmente, il Dawson Leery che è in me entra in azione.

Accade che Spielberg torna a fare Spielberg
Disclosure Day non è un film perfetto. Non è impeccabile. Ci sono diverse cose che non funzionano e sarebbe sbagliato ignorarle. Eppure le sue qualità sono talmente forti da riuscire, alla fine, a oscurare quasi completamente i difetti.
Partiamo proprio da ciò che durante la visione mi ha convinto meno. I problemi maggiori risiedono nella sceneggiatura e nella costruzione narrativa. Nel corso della fuga dei protagonisti ci sono diversi espedienti che definirei delle vere e proprie “forzature alla Fast & Furious”. C’è una sequenza, quella del treno, che sembra quasi uscita dal primo capitolo della saga con Vin Diesel. In generale, gli inseguimenti si appoggiano spesso a coincidenze fortunate, cattivi che arrivano in massa ma non riescono mai ad acciuffare il protagonista e situazioni che richiedono più di una sospensione dell’incredulità.
Anche l’ambientazione rurale attraversata da Daniel durante la fuga, tra fattorie e colline aperte, richiama a tratti certe atmosfere da The Last of Us Part II. Sono tutti elementi che, presi singolarmente, rischiano di spezzare il coinvolgimento e di lasciare il film sospeso in una terra di mezzo tra il thriller cospirativo e il blockbuster d’azione. Poi però accade qualcosa. Accade che entrano in gioco gli attori. Accade che Spielberg torna a fare Spielberg. E improvvisamente molti di quei difetti passano in secondo piano.
Date un Oscar a Emily Blunt
Su tutti svetta Emily Blunt. Prima o poi quel premio importante arriverà davvero. Nei panni di Margaret Fairchild compie un lavoro straordinario. La vediamo passare dall’essere una semplice meteorologa locale che cerca disperatamente di conquistare uno spazio più prestigioso nel mondo dell’informazione a diventare un’eroina quasi per caso. O forse no. Perché il film suggerisce che Margaret sia stata scelta dal destino più di trent’anni prima, diventando il ponte tra due mondi e il tassello fondamentale di una verità nascosta.
Accanto a lei c’è Daniel Kellner, interpretato da Josh O’Connor. Daniel è un esperto di cybersicurezza in fuga dalla WARDEX, un’oscura organizzazione interna al complesso militare-industriale incaricata di custodire e occultare le prove delle visite extraterrestri risalenti all’incidente di Roswell del 1947. Daniel e Margaret condividono un passato che non ricordano completamente, una connessione con qualcosa di enorme che è stato deliberatamente cancellato dalle loro vite.
La loro dinamica funziona sorprendentemente bene. Margaret possiede capacità che sfidano ogni logica: parla lingue sconosciute, percepisce pensieri e ricordi attraverso semplici sguardi, diventa una sorta di antenna vivente capace di collegarsi a qualcosa di più grande. Daniel, al contrario, rappresenta la razionalità, l’uomo capace di tradurre quel linguaggio matematico e incomprensibile in qualcosa che il resto del mondo possa comprendere. Si completano a vicenda e insieme inseguono un unico obiettivo: tornare al momento del loro primo incontro ravvicinato.

Ed è qui che emerge lo Spielberg più puro
La sequenza del primo contatto vissuta attraverso i ricordi dell’infanzia possiede qualcosa di profondamente fiabesco. Gli alieni assumono sembianze animali per avvicinarsi ai bambini, trasformando la scena in un momento quasi disneyano, pieno di stupore e meraviglia. È una di quelle immagini che soltanto Spielberg sembra ancora capace di realizzare senza risultare ingenuo o fuori tempo. Inoltre, anche la sottotrama di Jane Blankenship, interpretata da un’ottima EveHewson (Bad Sisters), aggiunge ulteriore spessore al racconto. Ex novizia e compagna di Daniel, Jane rappresenta il punto d’incontro tra fede e scienza. È attraverso di lei che il film pone una delle sue domande più affascinanti: cosa accadrebbe alle nostre convinzioni religiose se scoprissimo davvero che non siamo soli nell’universo? Una battuta della madre superiora racchiude perfettamente il senso del discorso: “Dio ha creato un universo troppo grande perché ci sia solo per la Terra”.
Ma il cuore pulsante di Disclosure Day non è l’azione, non è il mistero e nemmeno la fantascienza. Il centro del film sono i filmati segreti che Daniel sottrae alla WARDEX e che vuole mostrare al mondo intero. Sono probabilmente gli elementi più forti dell’intera opera. Attraverso vecchi video d’archivio, documentazioni nascoste e registrazioni militari, Spielberg costruisce un racconto alternativo della storia americana. Ed è qui che avviene il ribaltamento più interessante: gli alieni non fanno paura.
I mostri siamo noi
Quei filmati mostrano esseri extraterrestri trattati come cavie, studiati, rinchiusi, sfruttati e maltrattati. Figure verdi e grigie che richiamano l’immaginario classico degli UFO, ma che finiscono per suscitare una profonda empatia. Guardando quelle immagini si prova un senso di tristezza autentica. Di magone. Di rabbia. La domanda che nasce spontanea è semplice: perché li stiamo trattando così? La risposta è altrettanto semplice. Per paura. Paura dell’ignoto. Paura di ciò che non comprendiamo. Paura del diverso. Ed è qui che Disclosure Day smette di essere un film sugli alieni e diventa un film sugli esseri umani.
Da sempre la storia ci insegna che l’uomo tende a considerarsi superiore a chi percepisce come diverso. Che sia uno straniero, una minoranza, una cultura sconosciuta o, in questo caso, una civiltà extraterrestre. L’istinto non è comprendere, ma controllare. Non dialogare, ma dominare. Spielberg utilizza la fantascienza per raccontare ancora una volta una storia profondamente umana. Una storia sull’empatia. Sul bisogno di ascoltare prima di giudicare. Sulla possibilità che il vero salto evolutivo non sia tecnologico, ma emotivo.

Alla fine, uscendo dalla sala, mi sono ritrovato a pensare che forse la domanda più interessante non è se siamo soli nell’universo. La vera domanda è un’altra. Saremmo davvero pronti a condividere il pianeta con qualcuno di diverso da noi, quando facciamo ancora così tanta fatica a convivere tra esseri umani?
E chissà se un giorno arriverà davvero quel messaggio che Spielberg sembra suggerire da tutta una carriera: forse non siamo noi le vittime che aspettano gli invasori. Forse siamo noi quelli che invadono, sfruttano e distruggono. Anche perché, continuando di questo passo, non so per quanto ancora resterà qualcosa di intelligente e meraviglioso da studiare sulla Terra. Noi stessi stiamo facendo di tutto per cancellarlo.

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