Primetime, la gogna in prima serata
C’è qualcosa di donchisciottesco nel giornalista che parte per combattere il male. Chris Hansen (Robert Pattinson) è deciso a difendere i fragili e a dare voce a chi non ne ha, ma cosa succede quando l’arma non è la lancia, bensì la televisione, un mezzo potente che promette giustizia e, allo stesso tempo, risponde alle leggi degli ascolti, del denaro e degli interessi? È da questa contraddizione che prende forma Primetime, il film del documentarista Lance Oppenheim che racconta l’ascesa e le ambiguità di un moderno giustiziere mediatico. Dal 15 ottobre al cinema con I Wonder Pictures.
Il film ricostruisce il fenomeno di To Catch a Predator, programma americano andato in onda nei primi anni Duemila. La trasmissione attirava online uomini sospettati di voler incontrare minorenni con l’aiuto di attori-esca, li aspettava in case disseminate di telecamere e li smascherava davanti al pubblico. Al centro della scena c’era Chris Hansen che leggeva ad alta voce i messaggi espliciti dei sospettati, li incalzava con le proprie accuse e li esponeva alla vergogna pubblica. La sua caccia arrivò persino a conquistare la prestigiosa fascia del primetime, trasformando la denuncia in un appuntamento televisivo.
Hansen è un uomo ossessionato dalla necessità di estirpare un male profondo, quasi primordiale. Eppure, dietro l’impavido cacciatore, affiora una figura fragile, desiderosa di dimostrare il proprio valore.
È qui che il Don Chisciotte comincia a fare i conti con i propri mulini a vento. La televisione è la sua arma, ma non gli appartiene davvero.
Un tempo c’era una gogna in ogni villaggio; oggi c’è un televisore in ogni salotto
La frase pronunciata da Hansen riassume il passaggio dalla piazza allo schermo. La punizione pubblica non è scomparsa, ha semplicemente cambiato dimensioni. Non servono più un palo e una folla raccolta nel villaggio, basta una telecamera. La vergogna individuale diventa spettacolo collettivo, mentre chi guarda può sentirsi al sicuro, dalla parte giusta, senza interrogarsi troppo sul piacere che ricava dalla caduta altrui.
Ma che cosa ci tiene incollati allo schermo quando qualcuno viene ‘spogliato’ ed esposto in tutte le sue fragilità? Forse il desiderio di sbirciare nelle vite altrui e sentirci rassicurati dalla distanza che ci separa – almeno apparentemente – da quelle storie. Lo stesso meccanismo voyeuristico affiora anche in programmi apparentemente lontanissimi da Primetime. Pensiamo a certi format dedicati alla chirurgia plastica estrema, in cui seguiamo la trasformazione di una persona fino a vederla somigliare più a un KALLAX dell’IKEA che a un morbido essere umano. Ci stupiamo, magari proviamo pena, ma intanto continuiamo a guardare.
Ma veniamo al nostro giustiziere. che rischia di diventare prigioniero del proprio ruolo. La ricerca del male può trasformarsi in ossessione, la denuncia in ambizione, la necessità di fare giustizia nella ricerca della scena più memorabile. Non significa equiparare chi commette atti gravissimi a chi li denuncia, né negare il valore di un giornalismo capace di far emergere ciò che le istituzioni non riescono a vedere. Significa chiedersi che cosa accade quando la denuncia deve obbedire alle regole dello spettacolo.
Forse il male primordiale che Hansen incontra non è soltanto quello che cerca di stanare. È anche quello che, una volta entrato nella sua vita, continua a inseguirlo, assumendo forme sempre diverse: prima il sospettato da smascherare, poi il pubblico da conquistare, infine il sistema a cui deve dimostrare di essere indispensabile. Nel tentativo di sconfiggerlo, il giornalista rischia di lasciarsi modellare dalla stessa macchina che gli ha dato il potere.
La gogna, oggi, non ha più bisogno di un palo in piazza. Le basta un televisore in salotto e qualcuno disposto a guardare. E forse il vero dramma di Hansen è proprio questo: essere partito per dare la caccia al male senza accorgersi che, nel frattempo, il mezzo con cui lo combatte sta cambiando anche lui.

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