Il maestoso poema visivo di Bi Gan tra le macerie del tempo e la rinascita del Cinema
Il cinema, nella sua forma più pura, non è narrazione, ma un’esperienza sensoriale che trascende la logica per farsi materia onirica. I Wonder Pictures sta per portare nelle sale italiane un’opera che incarna esattamente questa visione: un film pensato per chiunque, almeno una volta nella vita, si sia sentito perdutamente innamorato della settima arte. Resurrection, il nuovo capolavoro del regista cinese Bi Gan, presentato con enorme scalpore al Festival di Cannes 2025 (dove ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria), arriverà nei cinema italiani il 23 aprile. È una lunga, complessa e struggente lettera d’amore al cinema, costruita con una precisione tecnica che lascia sbalorditi e un trasporto emotivo che scava nell’inconscio. Potete consultare l’elenco delle sale e gli orari delle proiezioni a questo link.
Un’odissea attraverso I sensi e le epoche
Il punto di partenza di Resurrection è un paradosso fantascientifico dal sapore filosofico: in un futuro imprecisato, l’umanità ha barattato la capacità di sognare in cambio dell’immortalità. Il sogno, come una candela che brucia, consuma la vita, ma senza di esso l’esistenza diventa un deserto lineare e grigio. Tuttavia, esistono ancora i “Fantasmers”, giovani sognatori ribelli che scelgono una vita breve ma luminosa, capace di piegare il tempo. Attraverso cinque quadri (o capitoli), seguiamo il protagonista (un immenso Jackson Yee) in un’odissea che attraversa un secolo di storia cinese e, parallelamente, la storia stessa del cinema. Ogni segmento è un universo a sé stante: dai chiaroscuri del cinema muto espressionista al noir bellico degli anni ’40, fino al realismo magico degli anni ’80 e all’estetica al neon di fine millennio. Bi Gan firma un’opera ipnotica e immaginifica che trascende ogni confine, ponendo il cinema come portale aperto sull’inconscio e unica vera àncora di salvezza contro la deriva dell’anima.
Il genio di Bi Gan: un poeta dietro la macchina da presa
Nato a Kaili nel 1989, Bi Gan è oggi il regista più interessante e audace del panorama sinofono mondiale. Di etnia Miao, cresciuto con la poesia nelle vene, ha folgorato la critica internazionale già nel 2015 con Kaili Blues e nel 2018 con il monumentale Long Day’s Journey into Night. La sua formazione, influenzata profondamente dalla visione di Stalker di Tarkovskij durante gli anni del college a Taiyuan, lo ha spinto a rifiutare i canoni del cinema commerciale per abbracciare un linguaggio dove il tempo non è una linea, ma un labirinto. Invitato nel 2025 a unirsi alla Directors Branch dell’Academy, Bi Gan conferma con Resurrection di essere un autore totale: regista, sceneggiatore, fotografo e poeta, capace di trasformare la tecnica in pura emozione.
Una regia che sfida le leggi della fisica
La regia di Bi Gan in Resurrection non è solo una scelta stilistica, è una performance atletica e filosofica. Il regista si diverte a mutare formati (aspect ratio), palette cromatiche e linguaggi estetici con una fluidità disarmante. Se nella prima parte omaggia il cinema muto con inquadrature fisse che richiamano Murnau e Lang, è nell’ultimo capitolo che Bi Gan compie il suo miracolo tecnico: un piano sequenza di circa 40 minuti che attraversa il passaggio dal 1999 al 2000. La macchina da presa si muove come uno spirito invisibile tra banchine, feste rave e scene di violenza, cambiando prospettiva dalla terza alla prima persona senza mai staccare l’occhio. È un atto di bravura che non serve a “mettersi in mostra”, ma a restituire allo spettatore la sensazione tattile di un tempo che scivola via, trapassando la materia stessa del reale.
Prestazioni attoriali: corpi che diventano schermo
Il cast di Resurrection compie un lavoro straordinario di sottrazione e trasformazione. Jackson Yee, nel ruolo del “Fantasmer”, attraversa le ere cambiando pelle: da mostro quasi espressionista a giovane thereminista, fino a diventare un gangster malinconico. La sua capacità di recitare con lo sguardo e con il corpo lo rende il perfetto tramite per le visioni del regista. Accanto a lui, la divina Shu Qi (musa storica di Hou Hsiao-Hsien) interpreta la “Grande Altra”, una figura che dà la caccia ai sognatori per poi lasciarsi sedurre dalla bellezza del loro oblio. La sua presenza scenica è il collante emotivo del film; il suo viso, incorniciato da abiti di un verde ipnotico (ormai marchio di fabbrica del regista), diventa il paesaggio stesso su cui si riflettono le speranze perdute di un’umanità immortale ma vuota.
Una sinfonia per i sensi
Ogni capitolo di Resurrection è legato a uno dei cinque sensi, creando un’esperienza che potremmo definire “sinestetica”. Mentre la colonna sonora curata dal gruppo elettronico francese M83 avvolge la sala con temi che citano Bernard Herrmann e atmosfere sognanti, lo spettatore viene spinto a “sentire” fisicamente il film. Sentiamo l’odore della pioggia battente nel distretto a luci rosse del 1999, il gusto amaro della cenere in un tempio buddista innevato e il suono lacerante di un theremin che rompe il silenzio di un noir bellico. Bi Gan non vuole che guardiamo una storia, vuole che abitiamo un sogno che si sta decomponendo per poi rinascere sotto nuove spoglie.
Ciò che colpisce profondamente è come il film non cerchi mai di spiegare troppo. È un’opera densa di riferimenti colti — da Jean Cocteau a Wong Kar-wai — ma rimane profondamente radicata nella cultura e nel paesaggio cinese. La transizione tra le varie epoche non è mai didascalica; è piuttosto un salto nel vuoto che lo spettatore deve accettare di compiere. La bellezza dei set, curata da Liu Qiang, trasforma ogni inquadratura in un quadro vivente, dove la luce gioca con le ombre come in un teatro di marionette di altri tempi.
L’incanto della visione
Ciò che tocca le corde più profonde in Resurrection è la sua capacità di farci sentire di nuovo piccoli di fronte al grande schermo. In un’epoca di narrazioni veloci e frammentate, Bi Gan ci impone la lentezza della meraviglia. Mi è rimasto impresso il modo in cui il film tratta il concetto di “morte del cinema”: non come una fine definitiva, ma come un incendio che, bruciando la pellicola, sprigiona una luce accecante e bellissima. È un film che non chiede di essere capito con la testa, ma di essere accolto nel petto, lasciando che le immagini scorrano sopra di noi come l’acqua di un fiume notturno.
Se proprio volessimo trovare un elemento di discussione, questo risiede nella sua stessa ambizione monumentale. La struttura a episodi, per quanto affascinante, potrebbe risultare leggermente meno coesa rispetto alla fluidità narrativa dei precedenti lavori del regista. Alcuni passaggi, come quello dedicato al secondo dopoguerra, sono talmente densi di simbolismo da richiedere forse più di una visione per essere pienamente metabolizzati. Tuttavia, sono proprio queste “resistenze” del testo filmico a rendere l’esperienza così stimolante: il film non si consegna subito, ma richiede un corteggiamento, una pazienza che oggi è merce rara.
Sotto il segno della pura meraviglia
Resurrection è un trionfo di audacia creativa e una prova di forza estetica senza precedenti. Bi Gan ci regala un’opera che è al contempo un museo della memoria cinematografica e un laboratorio per il cinema del futuro. È un film coraggioso, a tratti ermetico, ma intriso di una bellezza così pura da risultare quasi dolorosa. Chiunque ami il cinema come rito, come sogno collettivo e come sfida intellettuale, non può mancare a questo appuntamento. Una gemma rara che conferma Bi Gan come uno dei più grandi visionari della sua generazione.
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