Di Giorgia Piotti
The Dog Stars, recensione del film di Ridley Scott
The Dog Stars, il film di Ridley Scott con Jacob Elordi e Josh Brolin, porta al cinema il romanzo distopico di Peter Heller. Ma il vero interrogativo è un altro: perché Hollywood continua a preferire idee già testate invece di rischiare su storie originali? Un mondo distopico in cui un’influenza ha decimato l’umanità, Ridley Scott adatta il bestseller di Peter Heller e Hollywood, ancora una volta, preferisce finanziare un rischio che qualcuno ha già corso.
“The Dog Stars – Le stelle dopo la fine” arriva al cinema dal 26 agosto. Basato sull’omonimo romanzo di Peter Heller, il film racconta la storia di Hig (Jacob Elordi), che vive isolato tra le montagne con il suo cane e con Bangley (l’ineluttabile Josh Brolin), ex militare e survivalista, in un mondo in cui un’influenza ha decimato l’umanità. Vivono soli ma relativamente al sicuro, quando una misteriosa trasmissione radio riaccende in Hig la speranza che, da qualche parte, esista ancora un’umanità con cui poter entrare in contatto. È allora che decide di lasciare il suo rifugio e mettersi alla ricerca di quel segnale.

Nel cast anche Guy Pearce e Margaret Qualley, le cui scarpe non scarpe indossate alla première probabilmente ricorderemo più a lungo di questo film. Il genere distopico, complice anche la triste esperienza del Covid, è da qualche anno che sembra arrancare. O, quantomeno, non profuma più della stessa novità di prima. Non è un caso, forse, che anche The Last of Us, uno dei grandi riferimenti contemporanei del post-apocalittico, con la sua seconda stagione non abbia convinto come la prima.
Ciò che continua ad affascinare del genere è sempre lo stesso interrogativo: cosa succede quando le istituzioni, le infrastrutture e le relazioni sociali cedono? E soprattutto: cosa rimane della nostra umanità quando la realtà che conosciamo viene completamente trasformata? È la metafora dell’infezione, dello zombie, del contagio: l’uomo che perde l’umano.
Nel 2012, Peter Heller aveva dato una sua interpretazione del tema con il romanzo The Dog Stars, prima che il Covid rendesse improvvisamente familiare un immaginario che fino a quel momento apparteneva alla fantascienza. E, come racconta Ridley Scott, quello che lo ha colpito della storia non è tanto la pandemia in sé, quanto il suo focus sulla connessione umana e sulla difficoltà di ristabilire dei rapporti dopo che tutto è andato perduto.
In fondo, la domanda che attraversa il film è molto semplice: quanto siamo disposti a rischiare per fidarci degli altri? Domanda che, forse, ci poniamo anche senza bisogno di un mondo apocalittico. Potremmo quindi girare l’interrogativo alla scintillante Hollywood, che sembra non voler correre rischi quando si tratta di fidarsi delle idee originali.
Per parlarne indossiamo il completo da finanziatore. Il sistema della finanza cinematografica è, in fondo, basato sull’incertezza: non possiamo sapere in anticipo se un film sarà un successo oppure no. E quando si devono mettere sul piatto decine, o centinaia, di milioni di dollari, servono strumenti – o Tool, come direbbe il nostro elegante alter ego – per ridurre questa incertezza. E The Dog Stars li usa praticamente tutti
Partiamo da un autore affermato: Peter Heller, che nel 2012 scrive una storia su un mondo devastato da un’influenza pandemica, molto prima del Covid. Abbiamo poi uno sceneggiatore di prestigio, Mark L. Smith, che porta il romanzo sul grande schermo dopo i successi The Revenant — insieme ad Alejandro González Iñárritu — e The Midnight Sky, diretto da George Clooney e basato, guarda un po’, anch’esso su un romanzo distopico.
Poi Ridley Scott, uno dei registi che hanno contribuito a trasformare la fantascienza in un genere nobile con Alien, Blade Runner e, più recentemente, The Martian. E infine il cast: nomi all’apice della loro carriera, come i richiestissimi Jacob Elordi e Margaret Qualley, affiancati da garanzie viventi come Josh Brolin e Guy Pearce, che modestamente convincono anche leggendo l’elenco telefonico.
Il tutto è contornato da un budget che le fonti di settore indicano intorno ai 110 milioni di dollari. Il tempo dirà se riuscirà a raggiungere il BEP — sempre per citare il nostro sofisticato finanziario — ma sulla carta le garanzie ci sono tutte. E allora viene spontanea la domanda: ma Hollywood non ha più idee originali? Ovviamente no.
Ci basta citare Everything Everywhere All at Once, Parasite, Get Out, The Substance, Anatomy of a Fall: non solo film da Oscar, ma film da Oscar capaci anche di raggiungere un pubblico ampio, portando al cinema numerose teste e, soprattutto, risvegliando generi che da un po’ sembravano aver perso vivacità.
Il problema, quindi, non è la scarsità di idee. Il problema è quanto potenziale debba avere un’idea originale prima che qualcuno sia disposto a finanziarla. Una sceneggiatura originale parte da zero. Nessuno sa se funzionerà, se troverà il suo pubblico, se il pubblico sarà disposto a pagare un biglietto per vedere qualcosa di cui non ha mai sentito parlare. E allora servono garanzie: un grande regista, una star, un franchise… Oppure, ancora meglio, un libro che qualcuno ha già comprato. Ecco quindi The Dog Stars: regista, cast, bestseller.

Un’idea che è già stata testata, perché prima di arrivare al cinema qualcuno ha già dimostrato che quella storia poteva interessare a qualcuno. Il bestseller non garantisce che il film funzionerà, ma offre ai finanziatori qualcosa che una sceneggiatura originale non può offrire: un valido elemento per ridurre l’incertezza. Solo che, ovviamente, non sempre basta.
Non sarebbe infatti la prima volta che un film con tutte le carte in regola si dimostra molto diverso da quello che ci si aspettava. Prendiamo Chaos Walking: Tom Holland, Daisy Ridley e Mads Mikkelsen, tratto dal bestseller distopico di Patrick Ness e con un budget nell’ordine dei 100-125 milioni di dollari. Il film ha incassato appena circa 27 milioni nel mondo. Oppure, sempre il povero Ridley Scott ha diretto The Last Duel: dal libro di Eric Jager, con Matt Damon, Adam Driver, Jodie Comer e Ben Affleck, circa 100 milioni di budget e appena 30,6 milioni di dollari al box office mondiale.
E gli esempi non finiscono qui: Mortal Engines, tratto dai romanzi di Philip Reeve e prodotto da Peter Jackson, o The Goldfinch, tratto dal bestseller vincitore del Pulitzer di Donna Tartt, con Nicole Kidman e Jeffrey Wright. Tutti progetti che, sulla carta, avevano elementi sufficienti per garantire un buon box office e invece così non è stato.
A volte, quindi, forse è davvero meglio chiudere il libro e impugnare la penna. Ma solo a volte, perché ricordiamo il recente adattamento di Nolan di un’opera di 2700 anni fa. Il punto, quindi, non è che Hollywood non abbia idee originali. Le idee ci sono. E sappiamo anche che, quando vengono finanziate, possono funzionare.
Il punto è che il sistema finanziario del cinema dà un costo all’incertezza. Un bestseller non garantisce che un film funzionerà. Ma permette di partire da una posizione diversa: esiste già un pubblico, esiste una storia già testata, esiste una proprietà intellettuale riconoscibile. E soprattutto, quando bisogna convincere qualcuno a mettere 100 milioni di dollari sul tavolo, è molto più facile presentare un rischio che qualcuno ha già corso.
Quindi eccoci qua: nel momento in cui il pubblico dimostra di essere affamato di storie originali, Hollywood continua a proteggersi attraverso ciò che è già stato venduto, letto, visto. Ed ecco uscire nelle sale The Dog Stars, corredato da tutto ciò che serve per ridurre il rischio. Ma resta da capire se sarà sufficiente, perché alla fine, anche dopo aver fatto tutti i conti, il pubblico resta l’unica variabile che nessuno può davvero prevedere.

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