The Invite – il piacere è tutto nostro, recensione del film di Olivia Wilde
È sabato sera, sei seduto sul divano accanto al tuo partner, vi state godendo il vostro comfort show preferito, quando qualcosa attrae la vostra attenzione: dall’appartamento accanto arrivano le voci di una coppia, ad un volume così alto da sembrare che la discussione stia avvenendo proprio davanti a voi. Così tendete l’orecchio e, in un attimo, lo show passa in secondo piano. Sembra essere più forte di noi, ma sentire o vedere, come in questo caso, qualcuno litigare, ci stuzzica.
Forse perché la rabbia è un sentimento complesso da gestire ed esperirlo tramite una storia virtuale, senza alcuna conseguenza ci soddisfa. A livello di storytelling al cinema – e non solo – la rabbia ci permette di capire qualcosa in più sui personaggi, quando finalmente quel ‘non detto’ inonda la scena. Ma si potrebbe anche parlare di schadenfreude, cioè il provare piacere dalle disgrazie altrui – specie se ci sembrano meritate – ma speriamo non sia questo il cinico caso. Con The Invite – il piacere è tutto nostro (dal 16 settembre al cinema con I Wonder Pictures) possiamo parlare di un accesso proibito all’intimità di due coppie e ai loro segreti, e quindi ci interessiamo, ci incuriosiamo, ci immedesimiamo: siamo i guardoni o più elegantemente i voyeur. Ma procediamo per gradi. Olivia Wilde interpreta e dirige questa commedia raffinata, dedicandola a Diane Keaton scomparsa nel 2025 e che la leggenda vuole sia stata proprio la persona ad incoraggiare la Wilde alla regia, sul set di Natale all’improvviso (2015). E così, arriva alla regia di Booksmart (2019) e Don’t Worry Darling (2022), quest’ultimo presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e ricordato più per gli scandali che lo hanno attorniato, che per meriti significativi.

The Invite, quando i vicini diventano protagonisti dello show
In effetti The Invite ha la raffinatezza della Keaton, ma anche la sua sensualità talvolta impacciata, un po’ alla Woody Allen – giustamente. Inizialmente la regia doveva essere affidata ai coniugi Faris, genitori del capolavoro Little Miss Sunshine, con la sceneggiatura dell’attrice Rashida Jones e di Will McCormack, i quali hanno rielaborato il film spagnolo Sentimental, tratto dall’omonima opera teatrale. Parliamo di un Kammerspiel: 4 attori e un appartamento finemente decorato per rappresentare lo stato emotivo della padrona – ma su questo ci torniamo fra un attimo. I primi attori presi in considerazione erano Amy Adams, Paul Rudd e Tessa Thompson, ma con il cambio di regia nel 2025 è arrivato anche il nuovo cast. Olivia Wilde è Angela e, accanto a lei, Seth Rogen nei panni di Joe: sono loro i padroni di casa che invitano a cena la coppia di vicini hot, Piña (Penélope Cruz) e Hawk (Edward Norton). Quest’ultimo si renderà protagonista anche di un toccante monologo sul suo personaggio, al quale Seth Rogen risponderà improvvisando una battuta decisamente fuori luogo. E il risultato? Eccellente!
Ogni invito che si rispetti prevede un dress code e infatti capiamo le due coppie direttamente dal loro abbigliamento: la coppia di Angela e Joe indossa un tenue blu, colore spesso associato alla malinconia, al disagio. Angela ottiene un outfit raffinato dopo essersi cambiata più volte, il colore della sua blusa è molto simile alle pareti di casa, quasi a volersi fondere tra i quadri manifestanti la sua carriera sacrificata.
Il piacere proibito di spiare la vita degli altri
Joe è quasi trasandato, non gli importa di questi invitati che valuta più come intrusi, d’altronde è già indaffarato con la sua insoddisfazione. Dall’altra parte, Piña e Hawk indossano il nero come le dive: senza apparente sforzo, risultano sofisticati, quasi alla Jane Birkin, rafforzando quella sicurezza che sembra appartenergli, almeno in apparenza. Le differenze tra le due coppie sono visibili già dalla locandina del film: colori freddi e neutri per Rogen-Wilde, caldi e luminosi per Cruz-Norton. A sottolineare questo contrasto contribuisce anche la musica di Devonté Hynes, che accompagna il film con una tensione costante, già evidente nella scena iniziale del ritorno a casa di Joe. Il sottofondo musicale rimane quasi sempre presente, scandendo il ritmo incalzante della storia, per interrompersi soltanto nel finale, più intimo e delicato.
È quasi come se, con il venir meno della musica, si arrestasse anche quel voyeurismo che ci ha catturati, prepotente, per tutta la durata del film. Una volta introdotti gli invitati, che si esibiranno tra scene più toccanti e altre decisamente più spicy, manchiamo solo noi, il pubblico, il quinto invitato. Nel film della Wilde, infatti, l’audience assume il ruolo del vicino con l’orecchio teso, sbirciando le dinamiche tra le due coppie e quelle che si instaurano al loro interno. Ci immedesimiamo nei personaggi, accedendo in prima linea a un’intimità nella quale non dovremmo immischiarci: a volte ci sentiamo a disagio, altre volte, invece, ci scopriamo eccitati e desiderosi di sbirciare qualcosa di ancora più intimo…

Olivia Wilde tra voyeurismo, sesso e crisi di coppia
A guidare il nostro sguardo sono anche le inquadrature, a loro volta profondamente voyeuristiche: le riprese dall’esterno delle finestre ci trasformano fisicamente nel vicino che osserva senza essere visto e la disposizione dei personaggi e degli oggetti di scena diventa un ulteriore strumento narrativo, capace di suggerire lo stato emotivo che li lega o, al contrario, li separa. Le tematiche trattate riguardano ovviamente il sesso e la routine della vita di coppia. Sicuramente, ogni coppia è un piccolo cosmo che detta le proprie condizioni e gestisce il proprio biosistema; tuttavia, il pesante epitaffio arriva sin da subito con la frase di Oscar Wilde in apertura: “Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi.” Forse il verdetto è tutto qui, in una coppia che si destreggia tra gli stringenti lacci della routine e che ormai è tanto sopraffatta dalle delusioni personali da rendere calcarea la vita di coppia.
E poi c’è chi nell’esplorazione sessuale trova una forma di libertà, una rinascita personale, ma decide di raccontarla con un tono così radical chic da farla sembrare il resoconto di un viaggio solidale, di quelli in cui il “sacrificio” si compie, guarda caso, su una paradisiaca isola del Pacifico. Concludendo, il film va ad agitarci come sulle montagne russe, ma non fatevi ingannare dal design guadagninesco o dalle luci soffuse, le vostre emozioni cambieranno rapidamente, così da prepararvi ad accogliere un film che vi farà venire voglia di alzare il volume della tv la prossima volta che i vicini di casa inizieranno la puntata del sabato sera.

Lascia un commento