The Mandalorian & Grogu recensione
Sono passati ben tre anni dall’ultima stagione di The Mandalorian e nell’attesa Disney decise di optare per un leggero cambio di rotta; la serie non avrebbe avuto una quarta stagione ma un film da vedere direttamente al cinema. Una decisione più che motivata vista la spettacolarizzazione di alcune puntate della serie, di certo sprecate per il piccolo schermo (e soprattutto per lo streaming).
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Pensiero non condiviso da nientedimeno che il suo regista, Jon Favreau, che durante il tour promozionale del film ha ripetuto più volte di non avere la minima idea del perché Disney abbia trasformato la serie in film. Che sia concorde o meno con questa decisione, una volta che lo spettatore entra in sala, gli basteranno cinque minuti per capire che il grande schermo è dove The Mandalorian appartiene veramente.

L’ultima stagione della serie si era conclusa con la conquista di Mandalore, l’apparente distruzione di Moff Gideon e dei suoi cloni e dell’adozione del piccolo Grogu da parte di Din Djarin, diventando così Grogu Djarin. Il film, invece, segue una storia a parte, come se fosse un episodio speciale; ora Din Djarin lavora come cacciatore di taglie per la Nuova Repubblica e la nuova missione prevede il salvataggio del figlio di Jabba the Hutt, rapito e schiavizzato da uno losco scommettitore. Una trama che mi ha subito ricordato quella del film di animazione The Clone Wars, dove Anakin e Ahsoka devono salvare un piccolo Hutt che, pensate un po, è proprio lo stesso Hutt che verrà (nuovamente) salvato in questo film. Ma la trama, per fortuna, non si esaurisce qui, perché vari colpi di scena riveleranno tradimenti e piani segreti che Djarin non aveva considerato.
The Mandalorian & Grogu celebra il cuore più puro della saga
La storia, dunque, é molto essenziale, propedeutica, quasi bambinesca, perché non esegue salti mortali narrativi nè tantomeno esce dagli schermi che si è auto-prefissato, ma semplicemente si adatta al pubblico del multisala, quindi un pubblico non interamente composto di fan di star wars ma anche di spettatori casuali e più giovani. A questo punto però ci si chiede del perché di una sceneggiatura così poco audace, e, a mio parere, è questo l’unico punto debole del film.
Se dal versante visivo, epico e tecnico il film azzarda e stupisce al massimo delle sue capacità cinematografiche, dal versante della scrittura invece preferisce rimanere chiuso nella sua comfort zone e puntare su formule già collaudate, senza minacce galattiche che stravolgono gli assetti spaziali (e di questo il film ne risente molto), nè atti particolarmente eroici ed indimenticabili da parte di nessuno dei personaggi. Ma come ogni film che si rispetta, per ogni difetto che il suo spettatore trova, c’è un pregio che spunta umilmente alle sue spalle.
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La bellezza di The Mandalorian & Grogu risiede tutta nella semplicità dei suoi sentimenti, nella purezza dei suoi intenti e nel minimalismo della sua poetica. Il rapporto tra il mandaloriano e il suo piccolo è sempre in crescita ma stavolta viene caratterizzato da una nuova sfumatura tanto tenera quanto importante; “The old protect the young, not the young protect the old”. L’attaccamento di Grogu nei confronti del suo protettore è sempre stato qualcosa di scontato, una realtà che non ha bisogno di conferme. Più volte Grogu ha combattuto al suo fianco, salvando la situazione e respingendo i nemici, ma in questo film viene finalmente messo in scena il cuore dietro a questo rapporto padre-figlio attraverso una meravigliosa sequenza in cui il piccolo veglia sul corpo del padre fino a trovare una cura per riportarlo in vita. Niente di nuovo, certo, ma la genuinità e la tenerezza silenziosa di quel momento valgono più di un copione narrativamente ricco.
E perciò si torna sempre su quella stessa bellezza delicata ed escapista che contraddistingueva la saga originale di Star Wars. Perché su questo puntó A New Hope nel 1977; sul cuore, sull’unione, sulla speranza contro l’oppressione, sul mito dell’eroe, tutti sentimenti umani che spazzavano via qualsiasi bisogno di trame ingarbugliate, colpi di scena o facili sensazionalismi, per non parlare dell’inesistenza della CGI (e chi ne aveva bisogno), considerando che George Lucas si affidava a semplici effetti pratici, pirotecnica e modelli in miniatura, con riprese strategiche sia in Slow Motion che ad alta velocità.
Favreau e Filoni riportano Star Wars alle sue emozioni più semplici
Dunque cosa c’è di sbagliato nel riprendere questo stesso concetto e adattarlo a The Mandalorian? Certo, questo film non rivoluzionerà in alcun modo la saga, né tantomeno riuscirà a svettare sugli altri titoli che compongono l’universo di Star Wars, ma penso di parlare a nome di tutti quando affermo che non c’è sensazione più bella per uno spettatore (e più nel dettaglio per un fan accanito) di uscire dalla sala di un cinema sapendo che l’opera originaria non è stata alterata, disonorata o stravolta in nessun modo, perché credetemi che è sempre più onorevole l’umiltà di un progetto che preferisce onorare la sua opera originale piuttosto che la mera sperimentazione volta solo allo sfogo artistico del regista di turno e ai facili dibattiti sul web.
Lungo tutta la timeline di Star Wars abbiamo assistito più volte a film che non profumavano quasi per niente della saga originale, come l’episodio 8 di Rian Johnson o Solo o The Acolyte, ed è proprio per questo che sono grata al lavoro fatto con The Mandalorian; diretto impeccabilmente da un Favreau sempre in crescita, supervisionato puntigliosamente da Dave Filoni (e si vede) e coronato dalla colonna sonora magistrale di Goransson che si impone epicamente in ogni scena. Questa santa trinità ha portato sul grande schermo un’opulenza iconografica e un lirismo emotivo da non sottovalutare, ed è per questo che un giudizio critico non dovrebbe condannare troppo severamente la fragilità della sua storia, né tantomeno i suoi fan. I suoi fan dovrebbero entrare in sala e durante il primo tempo dire “sono a casa”.

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