Journey into Night, Viaggio nella Notte, apre la seconda, attesissima stagione di Westworld, serie televisiva creata per la televisione da Jonathan Nolan e Lisa Joy, ispirata dall’omonimo film del 1973 scritto e diretto da Michael Crichton.  Westworld à un parco di divertimenti futuristico, dove robot praticamente in tutto e per tutto simili agli esseri umani, sono a disposizione di questi ultimi, che possono “utilizzarli” a loro piacimento.

Nel finale della prima stagione, elegantissimi ospiti e membri del consiglio di amministrazione si erano radunati attorno all’enigmatico Ford, ideatore del Parco assieme al socio scomparso Arnold, tutti in trepida attesa per il debutto di una nuova “narrativa”, da lui ideata per realizzare finalmente la fusione totale con le sue storie e le sue cerature. Questa nuova vicenda inizia con un “assassinio per libera scelta”, che come vediamo durante lo svolgersi della puntata si è tramutato in una vera e propria mattanza.

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Cosa è reale? Questa è la domanda che serpeggia lungo tutto l’episodio, che accomuna le storylines dei protagonisti che tornano a muoversi sulla scena in continuità con il finale della prima stagione.

Lo spettatore vive con gli occhi di Bernard gli attimi successivi all’inizio della rivolta, la fuga assieme a Charlotte nei meandri più segreti del parco, dove scopre che non solo gli Hosts, ma anche i visitatori e le loro reazioni vengono catalogate e schedate. Per Charlotte Hale è fondamentale ritrovare Peter Abernathay, il padre di Dolores, uno dei primi Hosts dismessi a causa della troppa “consapevolezza”.

Bernard riesce ancora a muoversi tra gli uomini senza destare sospetti, ma è confuso, incerto, preda di sbalzi tra presente e passato, tra ciò che vede e ciò che ricorda come in un sogno. Così il mare della scena finale, che non sarebbe dovuto nemmeno esistere, risveglia in lui il ricordo di un sogno, che per sua natura non avrebbe dovuto essere reale, ma che sembra realizzarsi sotto i suoi occhi.

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Ritroviamo anche Dolores, che assieme a un Teddy sempre più smarrito uccide e condanna senza pietà chiunque le capiti a tiro. La figlia del fattore, in grado di vedere solo la bellezza e l’armonia, non esiste più, come morto per sempre è Wyatt, il bandito che rappresenta il suo lato crudele: Dolores d’ora in poi sarà solamente sé stessa, perché ciò che di sé ha trovato nel centro del labirinto è qualcosa di più di due intrecci narrativi che qualcun altro ha pensato per lei.

Sei in un sogno. Nel mio sogno”. Le parole con cui si rivolge ai suoi ostaggi sono significativamente le stesse con le quali Ford o i tecnici si rivolgevano a lei, ribaltando di fatto i ruoli tra uomo e robot. Dolores ha indagato profondamente “la natura della sua realtà” e ora sente di poter conquistare oltre a Westworld il mondo intero per sterminare “coloro che camminano in mezzo a noi, ma non sono come noi”, ovvero gli esseri umani.

Qualunque via all’esterno o nel backstage del parco racconta solamente di morte e distruzione, in un’analogia evidentissima con il finale del film originale in cui un uomo e un robot si muovono in un mondo (o meglio in mondi) di morti. Ma mentre la morte dell’host è temporanea, quella dell’uomo è fisica, putrida, estremamente “reale” anche se sono solo le mosche e i vermi a segnarcelo. Le squadre di soccorso si muovono con estrema naturalezza quella desolazione, il pianoforte del Marypose suona incurante “The Entertainer”, un Ragtime popolarissimo all’inizio del Novecento, una “musichetta” che non si cura dell’ecatombe, che per un momento ci fa dubitare che tutto questo sia “reale”.

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Di “gioco creato per te” parla infatti l’alter ego di Ford, che rintraccia l’Uomo in Nero, l’unico in grado di sopravvivere alla furia dei robot. Allora si insinua il dubbio che si tratti davvero di un salto di qualità nella storia programmata dallo stesso Ford, di un nuovo livello installato affinché l’unica persona in grado di vedere la verità nascosta tra le “menzogne” della fiction potesse divertirsi con un grado più alto di coinvolgimento.

Sembra difficile credere che le azioni di Maeve, che torna a cercare Hector, ma non desiste dal suo piano di ricongiungersi alla figlia siano frutto di una pur sofisticata programmazione, così come la sua abilità nel rispondere a Lee Sizemore con le stesse battute “dozzinali” che lui le ha scritto.

La vecchia Westworld appare completamente distrutta in questo primo episodio della seconda stagione e siamo autorizzati a pensare che gli altri mondi che la circondano (e che adesso sappiamo con certezza che esistono) siano stati rasi al suolo con uguale crudeltà aprendo così la strada a molte, infinite possibilità.





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